LA GESTIONE DELLE EMOZIONI NEI BAMBINI

Nel precedente articolo si è parlato delle varie fasi di sviluppo delle emozioni nei bambini, chiarendo il fatto che ci sono emozioni che compaiono sin dai primi mesi della vita e altre, invece, che compaiono pian piano.

Come si è detto, nel corso della crescita, il genitore e tutti gli adulti che circondano il bambino assumono un ruolo fondamentale nel fornire abilità per riconoscere, gestire e dominare le emozioni. Se ciò non accade, il bambino potrebbe ritrovarsi in balia di stati fisici e pensieri che non sa controllare, mettendo poi in atto dei comportamenti che noi adulti giudichiamo inadeguati.

Ci si riferisce ai capricci, alle lamentele continue, alle crisi di pianto, al non riuscire a stare fermi un attimo.
Quando ciò accade, la risposta che diamo è spesso un rimprovero. Il comportamento del bambino viene visto come un qualcosa da fermare, bloccare.

Ma ci siamo mai chiesti perché i bambini, a volte, possono comportarsi in questo modo? Perché mettono in atto delle condotte che, nella maggior parte dei casi, sanno che non piacciono ai genitori?

La risposta è semplice: spesso i bambini provano delle emozioni che non sanno gestire.
Pensiamoci bene: le emozioni sono quella componente della vita di ognuno di noi che non
possiamo controllare, in quanto non possiamo impedire al nostro cuore di battere velocemente quando siamo in ansia, non possiamo evitare di arrossire se proviamo imbarazzo, non possiamo fermare la paura, la felicità.

Noi adulti abbiamo, però, qualcosa in più rispetto ai nostri bambini: sappiamo dare un nome a ciò che proviamo, a ciò che accade al nostro corpo e alla nostra mente in certe situazioni.

I bambini, soprattutto i più piccoli, invece, non possiedono questa competenza e il non sapere cosa stia succedendo al loro corpo e alla loro mente li porta a provare un forte disagio che, per essere superato, necessita di un azione: è in questo modo che, un’emozione, si trasforma in un’azione che un adulto può avere difficoltà a gestire in modo calmo ma allo stesso tempo deciso e autorevole.

Gli adulti possono aiutare il bambino nel corso della sua crescita favorendo lo sviluppo di
quella che Goleman (1995) ha chiamato “Intelligenza emotiva”, ossia un insieme di abilità
fondamentali e cioè:

  • Autoconsapevolezza delle proprie emozioni;
  • Capacità di automotivarsi: autostima, autoefficacia e ottimismo;
  • Percezione dell’esperienza emozionale altrui: l’empatia;
  • Gestione efficace delle relazioni interpersonali.

In che modo possiamo fare ciò? Un primo passo consiste nell’aiutare i bambini a dare un nome a ciò che provano: fornire ai nostri bimbi le parole può aiutarli a trasformare una sensazione sconosciuta e priva di un significato in qualcosa avente dei confini e una causa ben precisa.

Diversi studi hanno dimostrato che proprio l’atto di dare un nome alle emozioni ha di per sé un effetto rasserenante sul sistema nervoso, e aiuta i bambini a recuperare più in fretta nelle
situazioni di turbamento. (John Gottman – Intelligenza Emotiva per un figlio).

In questo modo, il piccolo non ha più bisogno di scaricare la tensione, la rabbia non si
trasforma in aggressività e la tristezza non diventa disperazione.

Favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva è un processo lungo, che necessita di costanza
da parte degli adulti. Ci vuole pazienza poiché, fino a quando il bambino non sarà capace
autonomamente di definire le proprie emozioni e quelle degli altri, dovremo essere noi a
definirle per lui.

È una funzione importante che noi abbiamo e che è pari a quella di insegnare a camminare, a
parlare, a mangiare e vestirsi da soli.

Ovviamente non è un compito semplice: lo Psicologo può aiutare i genitori fornendo indicazioni e un aiuto concreto per favorire tale percorso, con brevi percorsi di sostegno genitoriale durante i quali si accolgono i dubbi e le necessità specifiche del nucleo familiare.

A cura della Dott.ssa Anna Carmela Facecchia, Servizio di Psicologia dell’età evolutiva

Anna Carmela Facecchia – miodottore.it

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