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Nutrizione: 2 Serate dedicate all’Informazione e alla Prevenzione

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Omega 3: quando, come e perché assumerli

I grassi buoni

Nella società della finta prevenzione e del ricorso ai medicamenti che possano supplire ad uno stile di vita frenetico e poco salutare, dominato dalle malattie metaboliche e dalle problematiche del finto benessere, i grassi, a lungo demonizzati dalla scienza dell’alimentazione sono tornati in voga.

Naturalmente non si tratta di lipidi in generale, ma le recenti scoperte della lipidomica e gli studi sul rischio cardiovascolare hanno permesso di individuare i cosiddetti grassi buoni e cattivi.

Tra quelli di interesse nutrizionale grande enfasi hanno avuto i grassi polinsaturi, rispettivamente chiamati acido linoleico o LA (18:2) eacido alfa-linolenico o ALA (18:3), che sono detti essenziali, poiché, considerata l’impossibilità dell’organismo di sintetizzarli, devono obbligatoriamente essere introdotti con la dieta.

Una volta assunti attraverso gli alimenti, l’acido linoleico viene convertito per via enzimatica in acidi grassi della serie Omega 6, mentre a partire dall’acido alfa-linolenico si ottengono gli analoghi della serie Omega 3, così definiti a seconda della posizione dei doppi legami rispetto alla porzione metilica del composto.

Nell’alimentazione esistono buone fonti di questi acidi grassi. Per gliOmega 6 ricordiamo soprattutto oli di semi, la frutta secca ed i legumi. Le migliori fonti alimentari di Omega 3 sono i pesci dei mari freddi, l’olio ed i semi di lino.

La capacità di sintetizzare questi acidi grassi purtroppo si riduce con l’avanzare dell’età, come avviene per molte altre funzioni dell’organismo.

Alimentazione, integrazione e bilanciamento Omega 3 Omega 6

È molto importante controllare il bilanciamento di queste sostanze attraverso l’alimentazione, infatti una squilibrata quantità di Omega 6 oppure Omega 3 può sbilanciare anche il loro rapporto. Ancora non si conosce il corretto rapporto tra i due, ma di certo, nell’alimentazione Occidentale, a causa di una ridotta assunzione di pesce azzurro, ricco di Omega 3, si ha un rapporto sbilanciato a favore di Omega 6, con conseguente carenza di Omega 3.

Nella letteratura scientifica sono molti gli studi a breve e medio termine eseguiti con questi due acidi grassi, anche se i risultati, come accade spesso sono contrastanti.

Di sicuro sappiamo che un equilibrio tra questi due acidi grassi assicura una prevenzione nei confronti delle patologie coronariche, ipertensione, diabete di tipo 2, disordini immunitari e infiammatori, dato che gli Omega 6 abbassano la colesterolemia, riducendo i livelli plasmatici di LDL e aumentando HDL, mentre gli Omega 3 abbassano i livelli plasmatici di trigliceridi, interferendo con la loro incorporazione a livello epatico nelle VLDL, con il risultato di una importante azione a livello di coagulazione e prevenzione dei trombi.

Diversi studi hanno inoltre dimostrato che gli Omega 3 riducono l’arteriosclerosi e la formazione di placche di colesterolo sulle arterie e riducono l’infiammazione, spesso conseguenza di stress ossidativo che promuove invecchiamento e malattie metaboliche.

Naturalmente tutte queste scoperte non sono passate inosservate, e l’industria farmaceutica si è profusa per pubblicizzare i tanto effetti benefici di tali acidi grassi.

Per questo la moda degli Omega 3 da qualche anno impazza sul mercato, pubblicizzata da promotori dell’elisir di lunga vita, spesso senza capirne l’utilità e senza sapere che a volte possono anche far male.

A questi si aggiunge la moda dei cibi arricchiti, che si contrappone alla scarsità di nutrienti assenti nel cibo industriale di massa.
Ma a farla da padrone è senz’altro l’utilizzo degli integratori, una delle tante abitudini che molti italiani spesso si auto prescrivono e comprano per la paura di essere colpiti da possibili malattie legate al terrorismo alimentare dilagante.

Bisogna però stare attenti. Altrettanti studi portano a considerare l’olio di pesce come il falso elisir di lunga vita rispetto a quanto si riteneva finora.

È stata dimostrata una correlazione con il cancro alla prostata (Brasky, 2011), con le aritmie cardiache(Raitt, 2005), diabete mellito (Kaushik, 2009) e sono inefficaci nella prevenzione del cancro (MacLean, 2006), della mortalità totale e gli eventi cardiovascolari (Hooper, 2006).

Inoltre sembrano addirittura inefficaci nei confronti della degenerazione cerebrale e non hanno mostrato alcun beneficio aggiuntivo, sulle funzioni cognitive, rispetto ai soggetti che assumevano l’olio di oliva (Dangour, 2010).

Dobbiamo renderci conto che oggi tutto ha un costo e viene promosso dalla pubblicità e da chi produce. Chi sostiene il contrario fa solo pubblicità. Ingannevole.

Sia chiaro, non bisogna demonizzare gli Omega 3. Anzi, il consumo di pesce, ricco di questi grassi, può essere utile a prevenire le malattie cardiovascolari e questi benefici superano i rischi connessi alle problematiche affrontate in precedenza. Ma è ben diverso assumerli attraverso il cibo (che rappresenta la via preferenziale) e per via di una pillola.

Non bisogna però trascurare il fatto che l’inquinamento dei mari mette a serio rischio la salute a causa della contaminazione di mercurio e altri metalli pesanti.

Per questo la soluzione è sicuramente evitare il fai da te, rivolgendosi per una corretta alimentazione agli esperti, che possono costruire un corretto piano nutrizionale e valutare, attraverso test diagnostici specifici, la reale necessità di ricorrere a una supplementazione.

Fonte: http://www.natrixlab.it/

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L’educazione come prevenzione dell’intolleranza alimentare.

Le cause dell’intolleranza alimentare

In questi anni si parla molto della intolleranza alimentare, definita spesso a ragione la causa di numerosi disturbi intestinali o extra intestinali, ma senza sapere davvero di cosa si tratti.

Tali disturbi sono legati ad alterazioni transitorie e reversibili, scatenate da reazioni immunitarie che coinvolgono le immunoglobuline di tipo G (al contrario delle allergie, che coinvolgono le IgE).

Sono state ipotizzate diverse cause alla base dell’eziologia dell’intolleranza alimentare, sebbene un ruolo preponderante è dato, come in molte patologie dallo stile di vita, dalla epigenetica e dall’ambiente.

Infatti i fattori esogeni a cui oggi molti di noi sono sottoposti nella quotidianità sembrano essere determinanti nello sviluppo di tali fenomeni.

Tra questi ricordiamo sicuramente l’inquinamento, la vita frenetica, la cattiva respirazione, la bassa ossigenazione, le difficoltà respiratorie (legate ad ansia, stress, depressione e alterazioni che coinvolgono la respirazione diaframmatica), la sedentarietà, la bassa qualità del sonno e non ultima la cattiva alimentazione.

In realtà parlare di buona o cattiva alimentazione è molto difficile, soprattutto in tempi nei quali comunicare la scienza e i risultati degli studi scientifici sembra essere davvero una impresa ardua.

Questo perché ci troviamo in una società nella quale esiste una babele di informazioni, spesso pilotate da frange pseudoscientifiche che alimentano la disinformazione e il terrorismo alimentare.

Sicuramente avere una alimentazione monotona e ripetitiva aiuta a sviluppare intolleranze alimentari dovute all’accumulo di sostante verso cui l’organismo crea reazioni infiammatorie.

Come anche mangiare cibo di bassa qualità, senza conoscerne la provenienza, il modo in cui sono state prodotte determinate derrate alimentari e mangiando senza criterio, ad esempio con una corretta masticazione.

Come ben sappiamo infatti, la digestione inizia dalla bocca, grazie alla presenza di enzimi capaci di digerire il cibo che mangiamo ogni giorno. Oppure grazie ad essa è possibile spezzare le fibre contenute nelle verdure, nella frutta e nei cereali, permettendo di digerirli senza problemi e senza creare una aumentata permeabilità intestinale.

L’educazione e la prevenzione dell’intolleranza alimentare

Uno degli obiettivi principali dell’educazione alimentare sarebbe far comprendere bene la differenza tra mangiare e nutrirsi.

Oggi non abbiamo bisogno di mangiare molti cibi, ma dobbiamo orientarci soprattutto verso una alimentazione cellulare, capace di fornirci i nutrienti necessari, come la scienza ha ormai chiaramente dimostrato.

In un mondo che vive di ricchezza e malattie legate alla iperalimentazione è paradossale che ci sia ancora chi dice di mangiare un po’ di tutto.

Perché la scienza ha dimostrato che è possibile seguire anche delle alimentazioni privative o restrittive quando seguite dagli esperti, come avviene per motivi etici o religiosi, ma ha dimostrato anche che vi sono alimenti utili e altri dannosi (contenenti all’interno antinutrienti e sostanze tossiche per l’uomo).

Del resto siamo in continua evoluzione. E la tanto decantata dieta mediterranea non è mai esistita come entità unica. Soprattutto perché in quel tempo le persone erano denutrite e avevano una aspettativa di vita bassa.

Oggi l’aspettativa di vita è molto elevata, grazie al miglioramento delle tecnologie, alla scoperta di strumenti quali il frigorifero e il congelatore, al miglioramento della sicurezza alimentare, ma si sta riducendo la qualità della vita e l’aspettativa di vita in salute, a causa di numerosi nostri comportamenti, compresa una cattiva alimentazione.
E teniamo presente che un corretto comportamento alimentare inizia fin da una buona spesa. Se abbiamo dentro casa cibo scadente, mangeremo quello.

Sta a noi scegliere: curarci con i farmaci o fare prevenzione con cibo e stile di vita. Naturalmente da soli è molto difficili saper fare queste scelte.

Per questo è importante rivolgersi agli esperti che possano guidarci nella quotidianità, insegnandoci cosa è davvero una corretta alimentazione.

Saper ruotare gli alimenti, fare i giusti abbinamenti, saper gestire le porzioni è fondamentale per ottenere lo stato di salute.

A questo è poi importante aggiungere piccole regole di vita, come la riduzione della sedentarietà, il prendersi il proprio tempo e soprattutto cercare di ridurre il proprio stress.

Solo così sarà possibile riuscire ad allontanare le problematiche che attanagliano la nostra società.

Avere delle intolleranze alimentari, senza saperle diagnosticare con certezza e senza saperle davvero curare con una alimentazione mirata, significa cronicizzare i sintomi. A volte ci abituiamo ad avere tali reazioni, abbassando notevolmente la qualità della vita.

Fonte: http://www.natrixlab.it/

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Intolleranze alimentari e allergie: trova le differenze!

Intolleranze alimentari e informazione

Attualmente viviamo in un mondo in cui la maggior parte delle persone, nonostante i numerosi e crescenti canali di comunicazione, è sempre più confusa e disinformata.

Questo perché da un lato c’è troppa disinvoltura nella divulgazione di argomenti spesso ostici e specialistici, e dall’altro eccessiva leggerezza nell’attribuire autorevolezza, complice anche la facile reperibilità, a informazioni che spesso non provengono da fonti accreditate né sono frutto di studi scientifici, ma scaturiscono da un approccio dogmatico che porta a schierarsi da una parte o dall’altra anziché informare.

Il campo delle allergie e intolleranze alimentari probabilmente è quello che necessita di maggiore chiarezza, soprattutto alla luce dellacrescente incidenza delle reazioni avverse agli alimenti, che oggi colpiscono gran parte della popolazione.

Il motivo di tali reazioni avverse non è solo da individuare nel cibo e nella sua qualità, sebbene esistano oggi sul mercato alimenti con caratteristiche nutrizionali largamente inadeguate: è infatti altrettanto vero che mai come ora, grazie al miglioramento delle tecnologie produttive e di controllo, sono disponibili alimenti di qualità largamente superiore a quelli di qualunque altra epoca.

Le cause scatenanti di tali reazioni sono da ricercare anche in fattori estrinseci al cibo, come ad esempio l’aria che respiriamo, lo stressquotidiano, la cattiva masticazione, le alterazioni a carico dell’intestino e del microbiota intestinale.

Differenze fra allergie e intolleranze alimentari: diagnosi e sintomi

Nonostante la crescente diffusione, c’è ancora molta confusione fra il concetto di ‘allergia’ e quello di ‘intolleranza alimentare’: in realtà si tratta di due disturbi nettamente distinti sia per quanto riguarda la sintomatologia sia per quanto riguarda la relativa diagnostica; vediamole nel dettaglio.

Allergie e intolleranze alimentari fanno parte di un vasto gruppo di disturbi definiti come ‘reazioni avverse al cibo’, i cui sintomi sono scatenati dall’ingestione di uno o più alimenti.

È possibile distinguere tra due tipi di reazioni avverse al cibo: tossiche o non tossiche. Mentre le prime sono legate soprattutto a intossicazioni alimentari o alla presenza di microorganismi patogeni che si sviluppano a seguito di una errata produzione o conservazione, le ultime dipendono dalla suscettibilità dell’individuo, e si suddividono in allergie e intolleranze alimentari, in cui il carattere diagnostico distintivo è rappresentato dalla ricerca di reazioni immunomediate, cioè modulate dal nostro sistema immunitario, la cui funzionalità è strettamente legata alla regolarità dei batteri intestinali.

Una adeguata funzionalità della parete intestinale è fondamentale nell’assorbimento del cibo e nella regolazione del sistema immunitario, per questo una delle cause alla base delle intolleranze alimentariconsiste nell’alterato assorbimento e nella sensibilizzazione al cibo.

La principale differenza tra allergie e intolleranze alimentari sta nel fatto che nelle prime si ha un’ipersensibilità di tipo I, mediata dalle IgE e da componenti cellulari primari quali mastcellule (per le quali le IgE hanno elevata affinità) o basofili in risposta a determinati allergeni.

Si tratta di reazioni immediate,sistemiche e intense, potenzialmente mortali, quando alla seconda esposizione all’allergene per cui si è sensibilizzati, si ha il legame dell’antigene con gli anticorpi IgE presenti sulle mastcellule e sui basofili sensibilizzati e si verifica la reazione, a seguito del rilascio di sostanze farmacologicamente attive e del rilascio di mediatori primari come istamina, o secondari come le prostaglandine e i mediatori dell’infiammazione.

Per questo, a seguito di una allergia, che può verificarsi anche solamente con il contatto dell’antigene verso cui si è sensibilizzati, compaiono sintomi spesso eclatanti come rossore, edema, secrezione di muco e in alcuni casi broncocostrizione e laringospasmo.

Le allergie alimentari non colpiscono una gran fetta della popolazione, e nonostante le stime siano spesso discordanti, sono altrettanto concordi sulla loro bassa incidenza; al contrario, le reazioni ‘non IgE mediate’, chiamate anche ‘intolleranze alimentari’, sono molto diffuse: sebbene oggi si stimi che gran parte delle persone che pensano di avere delle intolleranze alimentari abbiano in realtà solamente delle alterazioni intestinali quali la disbiosi intestinale (la cui diagnosi sarebbe facilmente effettuata con un test specifico), si stima che il 20% della popolazione ne sia affetta.

La difficoltà di diagnosi è legata al fatto che i sintomi possono comparire dopo un certo periodo di tempo dal consumo dell’alimento responsabile, non come avviene per le allergie, in cui la reazione si verifica nel breve periodo.

Anche la sintomatologia è completamente diversa, in quanto le intolleranze alimentari possono esordire con i sintomi di colon irritabile, cefalea o emicrania, stanchezza, orticaria.

Si tratta quasi sempre di sintomi dose-dipendenti, di entità meno grave e insorgenza meno acuta rispetto alle allergie: sintomi che nel tempo compaiono ogni volta che si ingerisce l’alimento verso cui si ha reazione.

I test per le intolleranze alimentari

Attualmente sono molti i test utilizzati nella diagnosi delle intolleranze alimentari, ed è necessario distinguere queste reazioni avverse al cibo da quelle che sono le intolleranze enzimatiche, conseguenza di difetti congeniti che impediscono di metabolizzare alcune sostanze presenti nell’organismo, come avviene ad esempio per la lattasi nell’intolleranza al lattosio (diagnosticabile con il Breath test), o per le reazioni legate alla celiachia (intolleranza permanente al glutine), la cui diagnosi viene effettuata in maniera predittiva con la ricerca nel sangue di anticorpi anti gliadina, anti endomisio e anti transglutaminasi, ma la cui diagnosi definitiva deve necessariamente avvenire attraverso una biopsia intestinale, che permette di valutare le tipiche alterazioni della malattia a livello della membrana intestinale.

Quando si parla di intolleranze alimentari, oggi ci si riferisce però a quelle dette anche ‘non IgE mediate’, con molte discussioni sull’affidabilità dei test per diagnosticarle.

Ad oggi, mancano dati scientifici che validino test finora molto conosciuti quali il Cytotest o il Vegatest, il Dria o altri sistemi che commercialmente hanno spopolato nel corso di questi anni.

La ricerca scientifica e gli studi prodotti nel campo hanno evidenziato invece una buona attendibilità per la ricerca delle immunoglobuline IgG nei confronti degli alimenti, con risultati clinicamente significativi, tenendo conto anche che le IgG hanno un’elevata emivita e rappresentano circa il 75% del pool delle immunoglobuline del siero totale.
Il dosaggio di questi anticorpi viene effettuato attraverso un prelievo di sangue venoso o capillare e il risultato ottenuto con la metodica standardizzata ELISA offre inoltre un alto grado di ripetibilità (> 90%), valutando fino a 184 alimenti, e permettendo di costruire una successiva prescrizione nutrizionale ad esclusione per il totale ripristino della tolleranza.

Infatti, mentre le allergie non vanno incontro ad un processo di guarigione, per le intolleranze alimentari è possibile tornare ad una remissione dei sintomi e delle alterazioni, grazie ad un percorso nutrizionale personalizzato.

Alcuni ricercatori stanno anche valutando una associazione tra i test di ricerca delle IgG con l’idrocolonterapia, che viene proposta come trattamento complementare, integrativo e naturale per sottrarre gli apteni, gli allergeni o le sostanze tossiche, responsabili del danno leucocitario, in quanto favorisce la detossinazione, insieme alla rimozione di scorie dal lume intestinale, infatti è stato dimostrato che anticorpi IgG aumentano la permeabilità della parete dell’intestino tenue e portare ad allergia alimentare.

Fonte: http://www.natrixlab.it/

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Obesità e sovrappeso: non basta l’indice di massa corporea per definire la malattia

Il semplice calcolo del valore del famoso Indice di massa corporea (Imc) non è una misura affidabile se oltre al rapporto peso/altezza si desidera conoscere lo stato di salute di una persona. Occorrono, infatti, le misure di altri parametri per definire se la persona è in sovrappeso o obesa. Lo confermano i ricercatori dell’Università della California di Santa Barbara, sull’International Journal of Obesity, che hanno dimostrato che 34,4 milioni di americani, classificati come in sovrappeso sulla base dell’indice di massa corporea, erano in realtà sani. Nell’indicazione di obesità serve considerare altri paramenti come la pressione del sangue, il colesterolo e la glicemia che insieme contribuiscono allo stato vero e proprio della malattia.

I difetti dell’Imc
”L’indice di massa corporea è un indicatore di salute difettoso – precisa Jeffrey Hunger, coautore dello studio – Nella categoria delle persone considerate in sovrappeso sulla base dell’Imc, abbiamo visto che in realtà il 47% è sano. Usare l’Imc per determinare sovrappeso o obesità quindi non è corretto”. Una conclusione cui i ricercatori sono arrivati analizzando il legame tra Imc (calcolato dividendo il peso di una persona per il quadrato della sua altezza) e altri parametri di salute, come la pressione del sangue, il colesterolo e la glicemia. In questo modo hanno dimostrato che oltre 2 milioni di persone, classificate come ‘molto obese’, perché con un Imc superiore a 35, in realtà erano sane. Non solo! Secondo lo studio, l’uso dell’Imc da solo non avrebbe permesso di identificare persone con problemi di obesità e sovrappeso: più’ del 30% di quelle con un indice di massa corporea normale (pari a 20,7 milioni) non sono infatti risultate sane, sulla base degli altri marcatori di salute. ”Non solo l’indice di massa corporea ha classificato in modo errato 54 milioni di persone identificandole come malate, ma ha fatto classificare sane persone che non lo erano se si considerano altri parametri clinici”, conclude Hunger.

Fonte: http://www.nutrieprevieni.it/

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COMBATTERE LA CELLULITE… GLI INTEGRATORI CI AIUTANO

L’integratore, quel fantastico strumento che ci aiuta a reintegrare vitamine, sali minerali e persino a migliorare dall’interno il nostro aspetto…perché non dovrebbe aiutarci ad attenuare la cellulite?

Certo però che, come abbiamo detto più volte senza un corretto stile di vita non ci si può aspettare miracoli!

Gli integratori che contrastano la cellulite si dividono in tre tipi.

I drenanti e purificanti

Con Centella Asiatica, Ippocastano, Vite rossa o Mirtillo nero, magari associati tra loro che vanno a rafforzare la parete dei vasi, riducendo il ristagno di liquidi.

Si attenua, così il fastidioso gonfiore e la pesantezza alle gambe che si accentua quando stiamo molto tempo seduti o in piedi, immobili.

Spesso in questi integratori, accanto agli agenti protettori dei vasi sanguigni troviamo l’Orthosiphon, la Betulla o la Verga d’oro, degli estratti vegetali noti per le loro proprietà drenanti.

I depurativi 

A base di Carciofo e Tarassaco, non sono propriamente degli anticellulite, ma associati a cicli di trattamento con i drenanti, favoriscono l’eliminazione delle tossine in eccesso, alla base di quella infiammazione dei tessuti che si manifesta nella cellulite.

Oltre a questi due estratti vegetali troviamo l’Ananas, molto utile sia per la sua azione antiinfiammatoria e drenante, sia perché riattiva il metabolismo, aiutando a ridurre le dimensioni delle cellule adipose.

Gli integratori che stimolano il metabolismo

Contengono estratti di alghe brune, come il Fucus vesciculosus, la Laminaria e l‘Ascophyllum, delle fonti di iodio contenenti anche mucillagini e polifenoli ad azione emolliente e lenitiva. Lo iodio contenuto in queste alghe, in parte libero, in parte legato alle proteine della pianta spinge il nostro organismo a bruciare i grassi di riserva che si accumulano nel tessuto sottocutaneo ed impediscono al tessuto stesso di “respirare”. Questi estratti sono sconsigliati a chi soffre di patologie tiroidee o ha una familiarità per esse.

In alternativa si possono usare altri estratti stimolatori del metabolismo che non contengono iodio, come il caffè verde, il tè verde o il cacao, fonti  di caffeina, teofillina e teobromina, molecole, anche queste che vanno ad agire sugli accumuli adiposi.

Questi tipi di integratori sono utili, ad esempio come coadiuvanti di una dieta specifica o in associazione con prodotti cosmetici a base di soli componenti ad azione drenante e purificante.

Evitate, invece di usarli se state già utilizzando creme o fanghi ad azione riducente, perché in essi sono già contenute sostanze che stimolano il metabolismo e potreste andare incontro ad un sovradosaggio, molto dannoso per il vostro organismo!

Che assumiate l’uno o l’altro integratore, seguiate una dieta o facciate molta attività fisica ricordate sempre di mettere la salute al primo posto! Se desiderate assumere degli integratori e soffrite di qualche disturbo chiedete prima consiglio al vostro medico curante.

Fonte: http://www.diggita.it/

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Obesità. Ogni anni sono 100mila i nuovi obesi e quasi 200mila le persone in sovrappeso

In totale gli italiani obesi o sovrappeso raggiungono i 27 milioni, poco meno del 60% della popolazione adulta. E l’obesità costa al sistema Paese 9 miliardi di euro tra costi sanitari, calo di produttività, assenteismo, mortalità precoce. In aiuto a questa a patologia arriva un nuovo farmaco a base di Liraglutide che agisce regolando l’appetito

Sono oltre 100mila i nuovi obesi in Italia ogni anno e quasi 200mila le persone in sovrappeso, per un totale che supera oggi la ragguardevole cifra di 27 milioni di concittadini obesi o sovrappeso, poco meno del 60% degli Italiani adulti. E con un trend in aumento: secondo i dati Istat dal 2001 al 2010 i pazienti obesi sono passati da 4,8 a 5,9 milioni e quelli sovrappeso da 19,3 a 21,2 milioni. Migliora invece il quadro della popolazione infantile: la situazione è lentamente migliorata tra i bambini intorno agli 8 e 9 anni, ma si calcola che circa 1 bambino su 3 sia obeso e al Sud lo sia circa 1 su 2. E l’obesità costa al sistema Paese 9 miliardi di euro tra costi sanitari, calo di produttività, assenteismo, mortalità precoce

Sono questi alcuni dei numeri sull’obesità fotografati nel documento “Il burden of disease dell’obesità in Italia”, realizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation e illustrato oggi a Roma nel corso di un incontro promosso da Novo Nordisk  per presentare il nuovo farmaco a base del principio attivo liraglutide (Saxenda®) che favorisce la perdita di peso.

“Sovrappeso e obesità sono in continua crescita nel nostro Paese – ha spiegato Antonio Nicolucci, Presidente Center for Outcomes Research and Clinical Epidemiology (Core) e coordinatore del Board sul Burden of disease dell’obesità di Ibdo Foundation –  secondo i dati Istat in circa dieci anni sono cresciuti di circa due milioni gli Italiani in sovrappeso e di oltre un milione quelli francamente obesi. Ciò significa, appunto, che ogni anno in Italia diventano obese oltre 100mila persone”.

E ora una risposta arriverebbe dalla nuova opportunità farmacologica a base di liraglutide approvata dalla Food and Drug Administration (FDA) americana e dalla European Medicine Agency (Ema) dispensabile su prescrizione medica e disponibile dalla fine del 2015 nelle farmacie italiane in soluzione iniettabile in penne preriempite pronte all’uso.

“Sino ad oggi l’obesità è stata una malattia piuttosto orfana di cure –  ha precisato Paolo Sbraccia, Presidente della Società italiana dell’Obesità (SIO) –  erano più di 10 anni che si attendeva un nuovo farmaco, ora finalmente disponibile. Liraglutide è un analogo del GLP-1 che si è dimostrato efficace nel trattamento del sovrappeso e dell’obesità. È un farmaco ‘intelligente’, che interagisce con uno specifico interruttore nel cervello che regola l’appetito. È efficace e sicuro, dotato di un meccanismo d’azione specifico per la riduzione del peso”.

I meccanismi del Liraglutide. Il farmaco in 3 mg, quindi, agisce sull’interruttore che accende il senso della fame fornendo un immediato auto perché provoca una sensazione di maggiore sazietà e minor fame. È indicato in aggiunta ad una dieta povera di calorie e ad un aumento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con un indice di massa corporea (Imc) iniziale superiore o uguale a 30 kg/m² (obesi) oppure uguale o superiore a 27 kg/m² (sovrappeso), in presenza di almeno una co-morbidità correlata al peso come disglicemia (pre-diabete o diabete mellito tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva nel sonno. Si somministra per via sottocutanea, una volta al giorno, indipendentemente dai pasti.

“Il paziente comincia la terapia con dosaggio pari a 0,6 mg e, nell’arco di un mese, arriva a pieno dosaggio raggiungendo i 3 mg – ha aggiunto Sbraccia – in 5 settimane quindi, il al paziente verranno somministrati prima 0,6 mg, poi 1,2 mg, poi 1,8 mg 2,4 mg fino a 3 mg. A questo punto il paziente obeso prosegue la terapia a pieno dosaggio per 3 mesi al termine dei quali, se si è verificata una perdita di peso pari al 5%, lo specialista può decidere di proseguire con la somministrazione”.

Nel caso in cui non si è verificata alcuna perdita di peso dopo i 3 mesi è consigliabile sospendere la terapia in quanto il soggetto non risponde al farmaco. “È importante sottolineare –  prosegue il presidente della Sio – che nel momento in cui si toglie il farmaco, si verificherà nel paziente un breve periodo di abbrivio durante il quale la persona riuscirà ancora a controllare il proprio senso di fame, ma dopo ricomincerà a mangiare in modo non adeguato e la tendenza ad ingrassare ricomincerà”.  Proprio per questo motivo è fondamentale associare il farmaco ad una rieducazione del paziente stesso, aiutandolo a modificare le proprie abitudini di vita e la propria alimentazione. La persona obesa deve diventare consapevole della propria condizione e cominciare non solo a mangiare meno, ma anche meglio e nel tempo deve praticare attività fisica regolarmente. Solo in questo modo il farmaco sarà stato davvero efficacie.

I risultati degli studi randomizzati, in doppio cieco. L’efficacia e la sicurezza di Liraglutide per la gestione del peso corporeo sono state valutate in 4 studi di fase 3, randomizzati, in doppio cieco, controllati con placebo, nei quali sono stati arruolati complessivamente 5.358 pazienti: il programma SCALE™. I risultati del programma SCALE™ hanno evidenziato, in maniera statisticamente significativa, come in 56 settimane il 92% delle persone obese o sovrappeso curate con Liraglutide abbia perso peso, rispetto al 65% di quelli che avevano assunto un placebo; ben 1 su 3 aveva perso oltre il 10% del proprio peso rispetto al 10% del gruppo placebo. Inoltre, i risultati ottenuti con il farmaco vanno al di là del solo calo ponderale. Infatti, il trattamento con Liraglutide migliora significativamente i parametri glicemici in tutte le sottopopolazioni con glicemia normale, con pre-diabete e con diabete mellito tipo 2; migliora significativamente la pressione arteriosa sistolica e la circonferenza della vita rispetto al placebo; riduce significativamente la gravità dell’apnea ostruttiva nel sonno. Un farmaco intelligente dunque che “agisce sulla glicemia abbassandola dove alta e non modificandola dove nei parametri normali”, continua Sbraccia. Tradotto, questo significa che “il farmaco può essere somministrato sia al paziente diabetico che non”.

Liraglutide “agisce potenziando un meccanismo endogeno fisiologico – ha aggiunto Michele Carruba, Direttore centro studi e ricerca sull’obesità dell’Università di Milano – e questo è garanzia di sicurezza”. Solamente alcuni specialisti possono però prescrivere il farmaco e precisamente sono “endocrinologi, cardiologi, internisti e specialisti in Scienza dell’alimentazione”, ha precisato Fabrizio Muratori, Direttore di struttura complessa Endocrinologia e Diabetologia, Azienda Ospedaliera S. Anna di Como, ed è disponibile in farmacia in penne preriempite pronte all’uso. Attualmente, il farmaco non è ancora rimborsabile e un mese di terapia a pieno dosaggio costa circa 360 euro. L’auspicio è che lo diventi presto.

Obesità  una malattia sociale. Insomma due italiani su tre sono sovrappeso e i costi per il paese sono elevati. La questione quindi “è seria, perché nonostante nel comune sentire si tenda a considerare l’eccesso di peso, e persino l’obesità, ancora come condizione estetica, l’obesità è una vera e propria malattia”, ha detto Antonio Caretto, Presidente dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica (Adi).

“L’obesità è causa di aumentato rischio di diabete, di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore; essere sovrappeso od obesi riduce il benessere psicologico, determina un impatto negativo sulla funzionalità fisica, con diminuzione della capacità di compiere anche le più semplici attività quotidiane, e sulla funzionalità sociale, con depressione, distress, cattiva qualità di vita”, ha concluso.

In questo quadro è fondamentale ricordare che l’eccesso di peso rappresenta la causa principale di diabete tipo 2, a sua volta associato ad un più elevato rischio di malattie cardiovascolari. Inoltre è responsabile di disabilità e difficoltà nello svolgimento delle attività della vita quotidiana. I dati Istat 2013, rielaborati nel rapporto IBDO, evidenziano una crescita progressiva della percentuale di persone che, al crescere del peso corporeo, riportano difficoltà funzionali in diverse aree: 1 obeso su 3 non riesce a chinarsi o a salire una rampa di scale, 1 su 5 percorre con difficoltà 200 metri e via via sino a non essere in grado di fare il bagno o alzarsi dal letto, vestirsi, sollevarsi da una sedia.

L’obesità quindi “è una vera e propria malattia sociale” ha proseguito Nicolucci. “Sempre secondo i dati Istat 2013, infatti, il benessere psicologico si riduce significativamente all’aumentare del livello di eccesso ponderale e, secondo l’Ocse, l’Italia è uno dei Paesi con più alto indice di disparità socioeconomica legata all’obesità: una donna con basso livello di scolarità presenta un rischio di sovrappeso tre volte maggiore rispetto a una donna con maggiore scolarità, mentre per gli uomini l’eccesso di rischio da bassa scolarità è soltanto del 30%, ma comunque fra i più alti”, ha concluso.

Fonte: http://www.nutrieprevieni.it/

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RIMEDI NATURALI PER PERDERE PESO, TISANE DRENANTI

Una buona tisana drenante può aiutare a perdere peso, ovviamente è un aiuto in più alla dieta e va assocciata, oltre che ad una corretta alimentazione, anche ad un’attività fisica altrimenti i risultati non si vedono. Le tisane drenanti aiutano per problemi di ritenzione idrica, per il loro effetto diuretico servono a depurare l’organismo e a prevenire la cellulite..

Oltre alla perdita di peso, le tisane drenanti sono utili per alcune patologie urinarie (infezioni, cistiti, calcoli renali a fini terapeutici) ed extraurinarie (edemi da insufficienza cardiaca, ipertensione arteriosa).

Quattro ricette di tisane drenanti:

Tisana #1: Fatevi preparare una buona tisana drenante con Rosmarino, Tarassaco, Ginepro, Gramigna, Betulla e Menta,

Tisana#2: Più leggera della prima con equiseto, betulla, menta, rosmarino. Una tisana dal sapore pungente degli agrumi con betulla, te verde, rosmarino, arancio amaro, equiseto, centella.

Tisana#3: Al prezzemolo e limone. Le foglie del prezzemolo contengono molti sali minerali in grado di aiutare il corpo a smaltire i liquidi. Mette in infusione in acqua bollente un mazzetto di prezzemolo (foglie e stelo) insieme a due fette di limone: per dare un sapore un po’ più piacevole potete aggiungere qualche foglia di mentuccia. Lasciate in infusione almeno 5 minuti.

Tisana#4:Tisana agli aspargi, zenzero e lime. I gambi degli asparagi che non usate per cucinare li potete riutilizzare per una tisana drenate: fateli bollire in acqua con due pezzi di radice di zenzerofresco e mezzo lime. Servite caldo con la scorza di lime.

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Dieta sbagliata altera per sempre l’ecosistema intestinale

Nell’intestino alberga un’abbondante flora batterica in buona parte costituita da batteri ‘buoni’ che controllano le molteplici funzioni intestinali e per la parte restante da batteri ‘cattivi’ che possono arrivare a danneggiare l’equilibrio delicato dell’ecoambiente intestinale. La cattiva notizia è che molte delle specie di batteri ‘buoni’ che colonizzano l’intestino appaiono, oggi, in via di estinzione a causa della dieta sbagliata seguita nel mondo occidentale negli ultimi decenni.

Questo è quanto dimostra uno studio delle università di Stanford, Harvard e Princeton pubblicato sulla rivista Nature secondo cui, anche tornando ad un’alimentazione più corretta, è impossibile ripristinare le specie perdute. Il cosiddetto ‘microbioma intestinale’, spiegano gli autori, contribuisce a regolare diverse funzioni dell’organismo, compreso il buon funzionamento del sistema immunitario. Studi sul campo hanno dimostrato che nelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori moderni c’è il 30% in più di specie rispetto a chi segue la dieta occidentale e questo potrebbe essere alla base del fatto che in queste popolazioni non ci sono allergie. A causare l’impoverimento è soprattutto l’abbandono di diete ricche di fibre in favore di carboidrati semplici e grassi.

I ricercatori hanno simulato il processo nei topi da laboratorio, sottoponendoli ad una dieta povera di fibre. Così si è visto che non solo nelle cavie il microbioma risultava impoverito, con il 60% delle specie presenti che ha visto un dimezzamento della popolazione, ma anche nella prole non erano presenti tutte le specie.

Il fenomeno rilevato, scrivono gli esperti, risulta irreversibile e anche il ritorno a una dieta ‘favorevole’ non ripristina la composizione originaria. “Questo è un ecosistema complesso, ed difficile predire quale sarà l’effetto di una perdita della biodiversità così grande – afferma Erica Sonnenburg, l’autore principale – ma è probabile che queste estinzioni avranno dei grandi effetti”.

Fonte: http://www.nutrieprevieni.it/

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